sì, per lo meno da te
(e comunque, *loading* volte)
Un po' di discrezione
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Ho arrostito una castagna. Anzi, un marrone.
Ho inciso una fessura sul lato convesso dell'achenio, con uno spelucchino a becco. Ho esercitato forza sufficiente a tagliarne il pericarpo cuoioso e graffiarne l'episperma, per facilitarne l'apertura ed il distacco, ma non tanta da incidere il seme, rischiandone la frattura ed il disseccamento durante la cottura.
L'ho messo in una padella da castagne, che ho posto sopra alla brace rovente. L'ho rivoltato periodicamente, per ottenere una cottura uniforme. Man mano che la fessura si allargava, ho controllato il colore del seme, finché è diventato di un giallo caldo. L'ho tolto dal fuoco poco prima della cottura completa, l'ho avvolto in uno strofinaccio. Ho messo l'involto in una scodella di coccio ed ho aspettato per cinque minuti che la cottura terminasse.
Ho ripreso l'involto. Ho svolto lo strofinaccio. Ho rotto il pericarpo, è bastato divaricare i bordi ormai spalancati della fessura praticata col coltello. Con una leggera pressione delle dita ho liberato il seme dall'episperma, secco e fragile dopo la cottura.
L'ho mangiato.
"Che limiti e vincoli in generale, e non solo nel caso della poesia, abbiano la stessa funzione della canna della tromba? In genere si tende a pensare al contrario: un limite sarebbe non solo un confine, reale o astratto, che circoscrive un luogo: una siepe, una palizzata, un muretto, una pietra miliare; il limite è ciò che limita, che costringe e impedisce di andare più in là. Diciamo così di sentirci limitati e impastoiati nei movimenti come in un vestito troppo stretto se non in una camicia di forza. Ma pensando alla tromba di Cleante e di Montaigne, a quell'imbuto rovesciato, potremmo invece forse arrivare alla conclusione che i limiti e i vincoli, proprio per il fatto che impongono restrizioni, possono portare a risultati più fruttuosi e produttivi che non l'assenza di vincoli. Penso ai limiti materiali di un'opera d'arte figurativa o letteraria. Penso a una poesia, un sonetto. Il sonetto è vincolato da una precisa forma metrica: due quartine con un certo schema di rime e due terzine con un altro schema. Forse per essere costretti in questa forma sono meno belli i sonetti di Dante, Petrarca o Foscolo? O un film è meno bello perché contenuto in una durata di tempo prestabilita? È forse per questo limitata la creatività del regista? O non ne esce potenziata invece proprio dal vincolo, spaziale e temporale?"
È il momento di raccogliere le olive e il frantoio lavora tutti i giorni, anche i sabati, le domeniche, le feste, fino a tarda notte. Vincenzo sta lì con i genitori e suo fratello, a mandare avanti le macchine, nel rumore, nel caldo, nel profumo di olio che appesantisce il respiro. Ogni tanto una corsa col camion a prelevare il raccolto di qualcuno che non ha mezzi propri per trasportarlo. Tutto sempre a tempi stretti, precisi, perché le olive devono essere macinate tempestivamente, e i clienti sono lì, in attesa, seguono il proprio raccolto di gramola in gramola, attendono che il loro olio esca dalle centrifughe, sembrano tanti padri in attesa nell'anticamera della sala parto.
Caterina, passa la domenica con lui, lì al frantoio. Salta anche lei svelta sul camion ogni volta che lui deve correre a fare un trasporto. Non si direbbe la domenica ideale per due fidanzati, ma sembrano non accorgersene, lei guarda Vincenzo e sorride radiosa, lui la sbircia e sorride sereno mentre aziona leve ed interruttori.
Un bambino non ha dubbi: sente il corpo come parte del suo stesso essere, è il proprio corpo.
I vecchi molto spesso hanno un atteggiamento diverso, sentono il proprio corpo come estraneo, come un macchinario che non funziona più come una volta, che non alza più il piede abbastanza da superare il gradino, che non volta più la testa di lato a sufficienza per riuscire a guardare il vicino senza ruotare il tronco.
È una sensazione che anche gli adulti sperimentano occasionalmente, quando un'affezione, uno sforzo, uno scricchiolio ci ricorda che siamo anche quell'osso, quel muscolo, quella trachea che non sapevamo o non ci ricordavamo di essere.
Essere un corpo che funziona senza farsi notare è molto naturale, essere un corpo che duole, che non funziona, essere anche quell'organo che si ribella mortalmente è invece difficile, risulta inaccettabile. E allora si aggira l'ostacolo, si ragiona del proprio corpo come se, invece di esserlo, lo si possedesse.
Colpisce come questo atteggiamento, che, non foss'altro per ragioni linguistiche, presuppone un soggetto in qualche modo separato dal corpo, sia trasversale agli esseri umani, indipendentemente dalle loro convinzioni filosofiche e religiose. Lo assume chi è materialista, e dovrebbe logicamente pensare di essere solo il proprio corpo e non potersene distinguere, lo assume chi pratica religioni immanentiste, lo assume anche chi pensa che il mondo sensibile sia pura illusione, e dovrebbe conseguentemente ignorare il proprio corpo.
Negli ultimi decenni questo atteggiamento si è diffuso, anche tra i sani, tra i giovani, al di fuori del contesto della malattia o dell'invecchiamento, quando il corpo non è all'altezza di qualche performance desiderata: quando i seni non sono della dimensione voluta, o in armonico rapporto metrico con fianchi e vita, quando il corpo non supera l'asticella al di sopra di una certa altezza, non lancia il giavellotto abbastanza lontano, non corre o non nuota sufficientemente veloce. Il corpo è diventato una macchina e si può modificare, accessoriare, potenziare, dalle plastiche al doping, al modding più estremo nel merlettare, traforare ed incastonare la pelle di cose.
Parallelamente, appare sempre più diffuso un atteggiamento del tutto analogo, ma stavolta nei confronti delle proprie facoltà mentali o del proprio carattere. Così vediamo persone che espellono fuori del proprio sé tutto ciò che le imbarazza, che sia l'incapacità di padroneggiare la meccanica quantistica, o gli errori commessi nei conti per ill bilancio, o l'aver perso le staffe in pubblico, o il non essere stato abbastanza determinato da superare una difficoltà.
Ma se dopo aver espulso dalla sfera del proprio essere il proprio corpo, si espellono progressivamente tutti gli aspetti del proprio intelletto e della propria volontà che sono limitati o imbarazzanti, alla fine, cosa rimane?
«Ma oggi scioperano le ferrovie?» «Sì, scioperano i treni e anche gli autobus.» «Ma pure i tram?» «Certo, pure tram e metropolitana, è ovvio!» «Avevi detto solo autobus!» «E va be', era per dire in breve.» «Ma bisogna stare attenti, a volte sciopera solo la metro.» «Se vuoi essere breve dì che c'è sciopero dell'ATAC, no?» «Sì, va be', va be'.» «Ma sciopera pure il Cotral?» «Boh!» «Guardate che oggi scioperano pure le scuole» «Davvero? Beh, è una buona idea, se scioperano insieme scuole ed autobus è più comodo!»
Nel linguaggio di tutti i giorni scioperano automezzi, treni, aziende, stazioni, istituti scolastici, persino rotaie e linee elettriche. Mai le persone.
"... siamo pari a una moltitudine di lemming spronati da voci che volano nell'etere a tuffarci in mari di Internet da cui si sollevano ondate di mediocrità che vorrebbero essere spiritose ed eccitanti ma che non significano nulla.
Il che vuol dire che dobbiamo smettere di lasciarci ipnotizzare e trascinare in questo modo dai vari aspetti tecnologici della nostra società."
"You can be an ethical person without necessarily being a moral one, since ethical implies conformity with a code of fair and honest behavior, particularly in business or in a profession, while moral refers to generally accepted standards of goodness and rightness in character and conduct.
In the same way, you can be honorable without necessarily being virtuous, since honorable suggests dealing with others in a decent and ethical manner, while virtuous implies the possession of moral excellence in character."
dal New Oxford American Dictionary
Una (del tutto immaginaria) organizzazione A vorrebbe acquistare da una (del tutto immaginaria) organizzazione B dei servizi ad alto contenuto tecnologico e ad alta affidabilità. Un accordo diretto non è però possibile perché, senza entrare nei dettagli, date le nature giuridiche di A e B, costituirebbe una violazione nelle normative UE sulla libera concorrenza. Il problema viene risolto con la costituzione di una società estera E, sita in un paese europeo esterno all'Unione, magari in Andorra, o in Liechtenstein, o più semplicemente in Svizzera, e connotandone le attività con un qualcosa che sia unico. A questo punto, tutto è risolto: E diventa distributore dei servizi di altre entità non meglio identificate (di fatto, solo B) e non essendo un azienda UE, A può acquistarne i servizi senza trasgredire le normative che ostacolavano l'accordo diretto con B. Tutto avviene nel pieno rispetto delle regole. Anzi, i businessman e le businesswoman di A e B sono decisamente honorable durante tutto il processo, mai una sbavatura, mai uno sgarbo, mai neppure un riferimento ai possibili concorrenti esclusi in questo modo. Insomma, davvero (ed è raro!) all'altezza delle grisaglie e delle sete che indossano abitualmente.
Qualche tempo dopo la vicenda è oggetto di un servizio in una (del tutto immaginaria) trasmissione televisiva, specializzata nel rivelare scandali e situazioni al limite. I manager di una (del tutto immaginaria) organizzazione C, concorrente di B, sostengono che A e B hanno privato C di un'importante opportunità di mercato, per interessi di dubbia natura, accusando di fatto le businessperson di A e B, per quanto tutte indiscutibilmente honorable, di non essere esattamente virtuous. Le businessperson di A e B ribattono che le uniche ragioni a guidare il loro comportamento sono preferenze tecniche e valutazioni di affidabilità, a cui le eque ma semplicistiche normative EU non lasciano spazio. In più, sostengono che se i manager di C avessero legali migliori, avrebbero scoperto prima di loro come aggirare il problema in modo del tutto ethical, e lo avrebbero fatto senza esitazioni né rimorsi. Alcune indagini della redazione sembrano evidenziare, in effetti, piccole ombre sia nelle attività di A, B e C che nei curriculum dei loro manager e businessperson.
Marilena spegne il televisore e si prepara per andare a dormire. Prova un senso di delusione: non riesce a capire come sia possibile agire contro lo spirito della legislazione nel pieno rispetto delle "regole del gioco", così come le hanno chiamate in trasmissione. Tutto quel ripetere la parola "etica", in un contesto di comportamenti così immorali, la disgusta. E perché chiamarlo con sufficienza "gioco", poi: non è un gioco, è la vita.
Filemone amava l'allegria. Soprattutto, Filemone amava i sorrisi. Amava darne e riceverne. Non i sorrisi di convenienza, stereotipati, da receptionist, amava i sorrisi veri, che esprimono reale gioia e simpatia, che scambiano un po' di calore tra cuori.
Eppure provava da anni sempre più fastidio in alcune situazioni apparentemente allegre, quelle in cui qualcuno veniva "messo in mezzo" e irriso, anche se in modo apparentemente giocoso. Era un atteggiamento piuttosto diffuso, particolarmente tra maschi. Più comune tra quelli più giovani di lui, che fra quelli più anziani. Più tra quelli senza figli, che tra quelli con famiglia. Ma con qualche eccezione, ad esempio Pomponio, quindici anni più di lui, tre figli, che pure non perdeva mai l'occasione, quando si era in più di due, per prendere un po' in giro qualcuno, a turno, a volte anche pesantemente. Tutti stavano al gioco, e sorridevano, obbedienti alle convenzioni sociali, eppure Filemone provava un senso di pesantezza, di fastidio, anche quando non era lui la vittima del gioco.
Gli otto ragazzi montarono sull'autobus schiamazzando, buttarono gli zaini per terra, e continuarono a prendersi per i fondelli a vicenda, con un andamento strano, a volte a coppie, a volte tutti contro uno, ma quello oggetto dello scherno cambiava continuamente. Una schermaglia tutti contro tutti. Filemone ascoltava guardando fuori dal finestrino, e si godeva la scena. Improvvisamente si rese conto di non esserne infastidito, anzi, di trovare la situazione del tutto naturale. E in pochi istanti capì. Quei ragazzi, prendendosi in giro a vicenda, definivano ed affermavano il proprio senso di sé, della propria forza, si promuovevano verso sé stessi, verso gli altri, verso le tre ragazze che sbirciavano ridendo dal fondo della vettura.
In degli adolescenti, quel comportamento era perfettamente naturale. In un cinquantenne come Pomponio, era perfettamente imbarazzante, anzi, penoso.
Zia Mafalda, irruente settantasettenne che dimostrava, come aveva sempre fatto, quindici anni di meno della sua età, era furibonda: «Quella maleducata! Neanche la conosco, ci scambio due parole per strada, per cortesia, e parla di me e di lei come "noi anziane!" Ma parli per lei, vecchiaccia!»
Dopo 368 giorni passati senza pensare praticamente ad altro, mi decido a riportare le mie riflessioni sugli spunti aggiunti dai commentatori al post "Non è un paese per giovani".
Sì, la vecchiaia è sempre stata così, inasprimenti, inacidimenti, il distacco di chi sa che, non importa quali siano i progressi e le magnifiche invenzioni, la vita purtroppo ci logora. Con poche, deliziose eccezioni, quelle di coloro che amano anche quel logorio e lo considerano l'ennesima fortuna.
Tuttavia delle cose sono cambiate, come concordano donmario e CosmicDance. Ma non credo che gli anziani abbiano perso un ruolo che prima veniva loro assegnato dalla società, credo che siano cambiate le condizioni per cui quel ruolo si costruiva da solo, naturalmente.
Il primo cambiamento è numerico: gli anziani sono passati da essere minoranza (condizione che consiglia sempre sobrietà e moderazione) ad essere maggioranza. Non credo che ci sia altro da commentare.
Il secondo cambiamento è uno scambio di ruoli: tradizionalmente erano gli anziani ad aver costruito, e i giovani, casomai, a dissipare, gli anziani a risparmiare e i giovani ad indebitarsi, ora non più. Le generazioni del Novecento hanno gettato la propria discendenza prima nel disastro di due guerre e poi nel baratro di un debito pubblico insostenibile. Con i conseguenti sensi di colpa, consci o inconsci, e le paure che ne derivano.
Il terzo cambiamento è quello, centrato da Fiordicactus e da Melacecca, della mentalità: il dominio incontrastato di una mentalità tecnocratica e consumocratica, che nasconde debolezze e fragilità dietro il fragore (anche figurato, mediatico) della macchina, ed eguaglia 'vecchio' a 'cattivo' e 'nuovo' a 'buono'. E quindi il rifiuto del ruolo di anziano finché si riesce a fare o a far fare ad una macchina, e la crisi esistenziale quando ciò non avviene più, e la lotta disperata per far sì che ciò non avvenga, che nessuno se ne accorga.
Una cosa mi pare evidente: che questa situazione è di disagio per tutti, ma a che punto, a quale pressione sociale bisognerà arrivare per passare a nuovi equilibri, per così dire, 'sostenibili'? E a che prezzo?
La bambina entrò dopo aver bussato educatamente. «Sono venuta a riportare il libro.» La maestra che si occupava della biblioteca scolastica le chiese con dolcezza: «Non ti è piaciuto?» «Mi è piaciuto molto! L'ho finito e ne vorrei un altro.» La maestra era troppo esperta per credere che una bambina di seconda avesse già finito il libro preso in prestito solo il giorno prima, per di più portava gli occhiali, si sarebbe stancata. Tuttavia non disse nulla per non scoraggiarla: se non aveva ancora la costanza di finire il libro, almeno aveva quella di riprovare. Le scelse un libro di argomento completamente diverso.
L'indomani la bambina si ripresentò, dopo aver di nuovo bussato educatamente. «Sono venuta a riportare il libro.» «Ma come, Clelia, neanche questo ti è piaciuto?» «Questo era anche più bello dell'altro! L'ho letto tutto di fila senza mai interrompermi.» "Adesso ti smaschero io - disse tra sé e sé la maestra - invece di un centinaio di pagine scritte grandi, te ne do più di duecento scritte piccole, e vediamo se domani hai il coraggio di ripresentarti."
L'indomani Clelia si ripresentò come al solito. La maestra scattò: «Non è possibile! Pensi di prendermi in giro?» «Ma l'ho letto davvero!» «Tutto tutto tutto? Dimmi la verità!» «Tutto quanto, davvero!» «E allora ti interrogo», e la interrogò, per un'ora, prima sul libro del giorno prima, poi sugli altri due. Era senza parole, Clelia li aveva letti tutti e ne aveva una memoria nitida, era in grado persino di descrivere qualsiasi scena o dialogo trovato aprendo a caso uno dei libri.
Clelia continuò a venire nella biblioteca scolastica tutti i giorni. O meglio, la domenica no, ma il sabato la maestra-bibliotecaria le affidava due libri.
Clelia frequentava il catechismo e rimase molto colpita quando arrivarono a trattare i "novissimi". Quel giorno, tornando a casa, era profondamente assorta. Si può leggere dopo la morte? Perché no, nulla lasciava pensare il contrario. Anzi, le prospettive, fuori del tempo, erano allettanti: avrebbe potuto leggere tutti i libri che erano stati scritti, quelli andati perduti, persino quelli mai pubblicati, ma soprattutto quelli non ancora scritti durante la sua vita.
Però le era evidente che la lettura nell'inferno è impraticabile. Intanto, la carta prende fuoco facilmente. E poi, anche utilizzando per scrivere qualcosa che non bruci, leggere sarebbe comunque impossibile, perché nell'inferno non si può vedere nulla. Fissando per un po' le fiamme nel focolare del nonno, poi non si riusciva a vedere bene per un bel pezzo. Figuriamoci in un posto in cui le fiamme sono ovunque!
Clelia arrivò a casa con una determinazione chiara: doveva andare in paradiso.
La sera era mite, era bello stare fuori. Accesero la luce esterna della casa.
La volpe era lì, sul marciapiede, a neanche due metri da loro. Non mostrò spavento, li fissò tranquillamente, forse appena malinconica, muovendo lentissimamente la coda folta. Sembrava che si stesse chiedendo cosa aspettarsi da loro, ma non mostrava alcun segno di spavento. Poi si avviò con tranquilla lentezza su per la collina, nell'erba bassa tra gli ulivi, girandosi ogni tanto lentamente a guardarli. Non se ne andò via, si limitò a ritirarsi nell'ombra, da dove si rimise a fissarli quietamente.
Filemone era totalmente affascinato dalla bestiola, dal pelo, dal muso assurdamente aguzzo, dalla coda, dalle movenze. Fausto invece pensò pragmaticamente che l'animale si fidava troppo degli esseri umani, e prima o poi avrebbe pagato amaramente quest'imprudenza.
Ed era così un pò per tutto. Filemone era ammaliato da piante, frutti, fiori, dai minimi dettagli di un ramo, Fausto era molto pratico, il melo per le mele, la rosa per decorare. Filemone era affascinato da api e vespe, avrebbe passato ore a guardarle, Fausto vi vedeva solo animali utili ad impollinare i fiori. Persino ragni, vermi, onischi, mosche, oziorrinchi, persino le zanzare sembravano a Filemone delle piccole meraviglie, anzi dei miracoli da lasciare a bocca aperta. A Fausto invece sembravano solo esseri dannosi e fastidiosi, un po' ripugnanti nel caso migliore.
Due persone così diverse, eppure sono amici per la pelle, inseparabili.
Quand'ero bambino, a volte si andava al mare molto presto.
Si arrivava al parcheggio lungo il lido intorno alle otto e mezza. Emergevo all'aperto dal sedile posteriore della 600, e quel momento era magico: la brezza fresca che accapponava leggermente la pelle, il sole che allo stesso tempo la scaldava, e davanti a me il delicato fruscio del mare calmo, non ancora turbato dai bagnanti, l'azzurro pieno del cielo, l'azzurra trasparenza dell'acqua.
Quel momento era per me l'essenza stessa, la sublimazione del mare, e avvertivo un meraviglioso senso di pace, gravido di promesse.
Chissà se è per quei momenti di bambino che quando, in primavera inoltrata o ai primi cenni di autunno, avverto sulla pelle allo stesso tempo il calore del sole e la frescura della brezza che appena punge, posso essere nell'entroterra o addirittura in montagna, eppure per un attimo mi sembra di essere al mare. Ed in giorni come questi, non importa quanto debba correre di qua e di là, né quanto la gente intorno a me si affanni, provo un senso di calma e di pace continuo ed estraniante.
«Hai visto come dondola? Poi basta allungarsi così, e si reclina lo schienale. E con questa leva alzi il poggiapiedi e ti sdrai del tutto!» «Ma col poggiapiedi alzato non dondola!» «No, col poggiapiedi alzato è bloccata.»
La zia C. era entusiasta della sua nuova poltrona, invece Fausto non ne era convinto. Alla sua mente di adolescente sempre in movimento, l'idea che alzando il poggiapiedi non si potesse dondolare era come quella che il mondo smettesse di girare, un'insensatezza. E poi quel colore bianco panna, incline ad ombrarsi per un nonnulla, ti metteva l'ansia di sporcarla, altro che spaparanzarsi a riposare.
Ma soprattutto, era il nome a disturbarlo, La-Z-Boy, quel senso di pigrizia, che nulla aveva a che vedere col riposo. E perché poi proprio ad un boy, come lui, dovevano appiccicare questo senso di pigrizia? Casomai alla zia, tiè! Così: La-z.-C. Perfetto.
Passarono gli anni, la zia C. morì bruscamente, un'attacco di cuore mentre guardava la televisione la sera, sulla sua poltrona preferita. La zia L. offrì a Fausto la poltrona. Fausto era indeciso. Da un lato non voleva apparire ingrato rifiutando. Dall'altro, il senso di pigrizia emanato dal nome ora gli sembrava ancora più stonato. I suoi giorni erano una corsa continua, il tempo millimetricamente diviso tra lezioni universitarie, studio, letture, varie passioni personali, amici e amiche che incontrava la sera, e poche ore residue per il sonno. Quando avrebbe potuto usarla, questa poltrona?
Tirò in lungo finché la zia L. gli comunicò un po' seccata che la poltrona se la teneva lei.
Passarono dieci anni, anche la zia L. morì, lasciando il suo a qualche nipote. L'unico che viveva in città era proprio Fausto. Nessuno degli altri volle la famosa poltrona, non valeva il costo del trasporto in un'altra città, e alla fine toccò a lui. Fausto era tuttora infastidito da quel nome che ispirava pigrizia, e volentieri si sarebbe liberato del mobile, ma non riusciva a risolversi a venderla, quella risposta mai data all'offerta della zia L. lo faceva sentire un vigliacco.
Risolse elegantemente (e di nuovo vigliaccamente) il problema regalandola all'anziano suocero, che fu ben contento di usarla per leggere il giornale e schiacciare il quotidiano pisolino.
Passarono sei anni, ed anche il suocero morì. La poltrona tornò a Fausto, che non riusciva a sfuggirle, e ci rinunciò. La lascìò per un po' lì, ai bisticci dei figli, ignorandola. Ora qualche volta ci si siede. Ma continua a non godersela pienamente, quel senso di pigrizia ispirato dal nome continua ad imbarazzarlo, anche se in modo diverso. Nemmeno la storia dell'invenzione di quel modello di poltrona, e l'indubbia energia spesa dai suoi ideatori per arrivare al successo, riescono a liberarlo da quel sottile disagio.
Il profumo della pioggia nasce dall'incontro di acqua, terra e brezza.
È un equilibrio delicato. Troppo vento, e il profumo non c'è più. Niente vento, e c'è solo un odore, quello della terra bagnata, che non è la stessa cosa.
Il profumo della pioggia arriva prima della pioggia e la preannuncia. Non è proprio un annuncio, una dichiarazione programmatica, è più che altro un turbamento, un presentimento, una possibilità ancora inespressa, un qualcosa a metà tra timore e desiderio. In fondo è normale che sia così, il profumo della pioggia è uno dei profumi che il futuro emana sul presente.
Appena giunge la pioggia scompare improvviso il suo profumo, fugge a turbare altri luoghi e altri cuori. Ma qualche volta la pioggia non giunge, e allora il suo profumo si dissolve lentissimamente nell'aria, come il rimpianto di un incontro che doveva accadere e non è accaduto, di un amore che poteva essere e non è stato.
Scrivevo qualche giorno fa della diffusa abitudine di accettare in modo acritico certe informazioni solo sulla base della fonte. Ne ho trovato un'esemplificazione decisamente 'illuminante'.
L'argomento illuminazione elettrica ha da qualche tempo una qualche risonanza a causa dei piani volti a rimpiazzare progressivamente le tecnologie in uso. In merito circolano molte informazioni incomplete e contraddittorie, non tanto per i forti interessi commerciali nascosti dietro la scusa del rispetto ambientale, ma soprattutto per l'ignoranza consuetudinaria tra i cittadini italiani in merito alle leggi nazionali e ad accordi e normative internazionali a cui dobbiamo ottemperare.
L'autore di un informatissimo blog sul tema, con grande onestà, pubblica un post di rettifica di informazioni errate precedentemente fornite e si impegna per il futuro a verificare meglio le fonti. Fin qui tutto bene, è una persona in gamba, ma non è la questione delle lampadine ciò che mi interessa qui.
Ciò che è interessante evidenziare è come l'autore, nella stessa pagina in cui si scusa per "un equivoco nato dalla cattiva informazione", continua a dichiarare come "fonti oggettivamente credibili" le due testate giornalistiche che lo hanno tratto in inganno. Quante volte, pur ritenendoci dei razionali puri che credono solo ai fatti, in realtà scegliamo cosa credere su basi che con la ragione ed i fatti hanno poco a che vedere?
Becchiamo lo zio in sala, al Pc . . . su Internet, e tra prima e dopo la colazione, gli insegno a commentare da me, poi, gli facciamo vedere la FigliaPiccola su StreetView di Google, lui chiede se si può vedere anche Milano, trovate un paio di vie, e fatto pratica col mouse, va in cucina, con gli occhi accesi di emozione dice alla zia: «Guarda che ho imparato una cosa nuova, possiamo vedere dove stavi in collegio tu, quando studiavi a Milano, le vie dove passeggiavamo da fidanzati! ». Troveranno Milano un po’ diversa, in fin dei conti lui ha 83 anni, lei poco meno!
E mi torna in mente un ricordo d’infanzia. Avrò avuto sei o sette anni, aveva da poco fatto il suo ingresso in casa un televisore in bianco e nero, ed alle cinque del pomeriggio iniziavano le trasmissioni, con programmi per bambini e ragazzi. Quando io resistevo ad uscire di casa perché volevo vedere qualcosa in TV, mia madre mi diceva: «La TV è per i bambini che sono costretti a casa da una malattia o dal cattivo tempo. La vita è fuori!» Quanto ho apprezzato in seguito quell’insegnamento. E come sono aumentati i malati.
Poi penso all'emozione di quest'uomo di 83 anni, ed a quanto è disumano il luddismo brutale di chi vorrebbe abolire la televisione, Internet, o un qualsiasi altro progresso della nostra civiltà solo per impedire che se ne abusi.
Che "il lavoro nobilita l'uomo" ci viene detto fin da piccoli, e nessuno ne dubita. Anche la stragrande maggioranza dei pigri e dei fannulloni ne è più o meno coscientemente convinta, con l'eccezione di coloro (rarissimi!) che hanno fatto del non far nulla il loro programma di vita deliberato.
Tuttavia l'affermazione è quasi sempre intesa in senso soggettivo: se IO lavoro, IO mi nobilito. Quasi mai si riflette a come il lavoro abbia il potere di "nobilitare" gli altri ai nostri occhi.
Il sistema è molto semplice. Avete un collega superficiale, o semplicemente antipatico? L'amministrativa nell'ufficio di fronte crea problemi invece di risolverli? Uno dei coordinatori giù alla direzione movimento merci è troppo meticoloso? Trovate modo di fare un lavoro insieme a ciascuna di queste persone, e nella maggior parte dei casi scoprirete che: i) alcuni dei difetti che vedete in loro sono pura apparenza; ii) alcuni presunti difetti si rivelano doti preziose nel lavoro; iii) altri sono davvero i difetti che voi avevate visto, ma sono più che compensati da qualità che non potevate conoscere, non avendoci mai lavorato insieme; iv) loro avevano prevenzioni analoghe nei vostri confronti e lavorando con voi le hanno superate.
Certo, se poi tutti intorno a voi, nonostante tutto, vi sembrano inadeguati, antipatici, poco capaci, pieni di difetti, forse dovete guardare in un'altra direzione.
Il franchising è un sistema semplice per avviare un'attività commerciale affiliandosi ad una rete esistente.
L'affiliato rivende prodotti o servizi di un grande marchio, adeguandosi ai suoi modelli di gestione. Anzi, di solito è il franchisor, in cambio di una percentuale sul fatturato, a curare contabilità e magazzino dell'affiliato.
Quest'ultimo si occupa quasi esclusivamente della vendita al cliente finale, ed è sollevato da una serie di attività gestionali, dalle fatiche dell'approvvigionamento, dal rischio di dover prevedere da solo l'andamento della domanda.
Il franchisor da parte sua è sollevato dalla vendita al cliente finale, si occupa solo di attività facilmente centralizzabili, e riceve informazioni dettagliate che consentono una gestione tempestiva dei flussi merci, riducendo i rischi di gestione del magazzino.
Senza parlare dei vantaggi derivanti dalla trasparenza reciproca tra le due parti. Insomma, se la cosa è ben organizzata, tutte le parti ci guadagnano.
Il modello è estremamente simile a quello utilizzato dalla maggior parte delle persone per "farsi un opinione".
Ci si affilia ad un marchio (partito, rete di interessi sociali, gruppo economico, produttore di automobili, squadra di calcio, corrente di pensiero filosofico o scientifico, etc...), e da quel momento si prendono per vere tutte le affermazioni diffuse da chi detiene il marchio, o dai quotidiani, riviste, trasmissioni radiotelevisive ad esso affiliate, per false o dubbie le affermazioni degli altri. Si prendono per buoni tutti e soli i pettegolezzi di chi è affiliato allo stesso marchio, si apprezzano tutti e soli gli artisti affiliati allo stesso marchio, si leggono solo i libri di autori affiliati al marchio o da questo promossi.
Il marchio di affiliazione può così contare su una rete capillare di diffusione dei propri messaggi, nonché di una percentuale sulle entrate degli affiliati: tramite biglietti e merchandising per una squadra di calcio, tramite il voto e la gestione delle entrate fiscali in politica, tramite benefici e finanziamenti governativi (di nuovo il fisco, quindi) per le reti di interessi sociali, etc...
Il vantaggio dell'affiliato è quello di non dover appurare la verità di affermazioni e notizie, di non dover faticare per costruire personalmente la propria opinione, ma soprattutto quello di non doversi realmente assumere la responsabilità di ciò che pensa.
Il modulo di ingresso dell'apparecchiatura era rotto. Varenzio sorrise soddisfatto: scambiandone le parti con quelle dei due apparati ricevuti la settimana prima, quello con il display morto e quello con la stampante termica inceppata, avrebbe riassemblato due modelli funzionanti e spedito in assistenza uno con ben tre moduli guasti su sei.
Chissà se nei laboratori della KS si stupivano della quantità di guasti negli apparati che lui rispediva in assistenza. D'altronde, rise fra sé, avevano inventato loro questa gallina dalle uova d'oro della riparazione a prezzo fisso, indipendente dal guasto. E lui ci si atteneva alla lettera: i clienti gli portavano tre apparati guasti, ed ognuno pagava lo stesso prezzo; lui mandava in assistenza un apparato guasto, e pagava sempre la stessa cifra per la riparazione (ovviamente detraendo il suo margine, come da contratto), anche se i moduli rotti erano più di uno. E comunque lo sapevano tutti, le linee elettriche italiane lasciano a desiderare, sono troppo disturbate per apparecchi così sofisticati.
In questo modo, il suo guadagno più che raddoppiava, senza fatica. Non aveva neanche bisogno di tutti i calcoli che doveva invece fare per predisporre i listini in modo che, anche se dopo la trattativa più sfiancante gli avessero strappato uno sconto sanguinoso, il prezzo di vendita fosse comunque superiore a quello consigliato dall'azienda produttrice. Anzi, per le riparazioni non si poneva neanche il problema di trattative e sconti. «Politica imposta dal produttore: mi tolgono la concessione, se non la rispetto», diceva ai clienti, affettando malcelato dispiacere.
Varenzio era un uomo di successo. L'intuizione anni prima era stata giusta: diventare esclusivista della sofisticatissima azienda californiana, i cui prodotti erano di gran lunga i migliori, di qualità talmente superiore che i clienti non potevano non aspettarsi prezzi da fuoriserie. E lui i clienti li accontentava, rispondeva alle loro aspettative. Perché Varenzio aveva avuto successo grazie alla sua furbizia.
Varenzio ascoltava impassibile, mentre pensava tra sé: "Adesso ti fotto ben bene!"
Se ne faceva un punto d'onore: bisogna sempre fottere l'interlocutore, la controparte. Sottrargli più del dovuto non basta, bisogna fotterlo, lasciare una cicatrice indelebile. Lo aveva imparato sulla sua pelle, col suo sangue, quando aveva perso l'esclusiva dei prodotti che avevano fatto la sua fortuna, e quei pezzi di merda dei suoi dipendenti se ne erano andati e avevano fondato non una, ma ben tre aziende in concorrenza con la sua. Con tutto quello che aveva fatto per loro! E tutto con il sostegno e la copertura dei dirigenti della filiale italiana KS, anzi, proprio su suggerimento di questi, baùscia spocchiosi che invece di ringraziarlo per aver creato un mercato ai loro sovrapprezzatissimi prodotti in un paese micragnoso come questo, gli avevano attribuito la colpa di bloccare l'espansione delle vendite con le sue politiche di prezzo! Con gli sconti che era costretto a fare per riuscire a vendere i loro preziosissimi aggeggi! La lezione era stata dura, ma l'aveva imparata rapidamente. E si era quasi completamente ripreso dal fallimento. Anzi, se allora gli avevano portato via l'Alfa Romeo, ora si era fatto una BMW, tè! E se non era il padrone dell'azienda in cui lavorava ora, pazienza, comunque faceva lui il bello e il cattivo tempo, e le responsabilità erano tutte sulle spalle di altri.
Per poco, tornò a prestare attenzione alla lunga argomentazione di Aravaldo, ma capì al volo la situazione. Voleva fare il furbo con lui: gli chiedeva di passare al progetto Canova per costringerlo a dire quanto Aravaldo fosse importante nel gruppo archiviazione, e strappargli poi un aumento. Lo avrebbe sistemato in un attimo. «Basta, mi hai convinto! Se ci tieni tanto puoi entrare immediatamente nel progetto Canova. Solo, ti chiedo di passare le consegne delle attività attuali a chi ritenete meglio, e di farlo al più presto.»
Aravaldo uscì sorpreso e felice dall'ufficio di Varenzio. Era disposto a tutto pur di cambiare attività, subito, e non rimanere sepolto, o meglio 'archiviato', nel gruppo archiviazione, era disposto a qualsiasi cosa, anche ad una riduzione dei compensi. Si era atteso una faticosa battaglia con Varenzio, ed una molto probabile sconfitta, o una dilazione estenuante. Invece, era stato tutto facilissimo.
Quando arrivò in tavola il bicchiere di vino, invece della bottiglia richiesta, il viso di Varenzio si scurì all'istante. La moglie e i figli si guardarono, con rassegnato sgomento. Finora era andato tutto liscio, ma era troppo bello per durare, li attendeva una delle sue solite scene.
"Questi ci vogliono fregare", borbottò Varenzio, segno inequivocabile dell'inizio della scenata. Chiamò la cameriera e le chiese conto dell'errore commesso. La poveretta balbettava che si era sbagliata, e arrossì violentemente mentre Varenzio la investiva, dopo averle chiesto di vedere la bottiglia da cui proveniva il vino, dicendole che non le credeva e ordinandole di portare via il bicchiere.
Intervenne il maitre, ascoltò con pazienza le vibrate rimostranze di Varenzio, poi tornò in cucina con la ragazza, che scoppiò in lacrime appena varcata la porta a molle. «Dammi retta, quello non merita neanche una delle tue lacrime. Non tornare più a quel tavolo, ci pensa Giacomo a servirli» la consolò affettuosamente. Poi tornò da Varenzio, con una bottiglia di livello e prezzo superiore al vino da lui ordinato. «Omaggio della casa», la presentò: non valeva neanche la pena di spiegare allo stronzo che la ragazza aveva ripreso servizio solo quella sera, dopo che tre giorni prima le era morto il padre.
«Visto? Hanno provato a fregarci, ma li ho sistemati a dovere! Imparate ragazzi, un giorno non ci sarò più io a difendervi in questi frangenti!» si pavoneggiò Varenzio. I figli mantennero lo sguardo chino nel piatto, in silenzio. La moglie tirò su col naso. Per un attimo, al pensiero di quel giorno in cui lui non sarebbe stato più lì a difenderli, aveva avvertito dentro di sé un doloroso moto di speranza.
La furbizia è un succedaneo dell'intelligenza, di qualità enormemente inferiore. E tuttavia, utilizza ed assorbe le medesime risorse mentali necessarie alla seconda, per cui, che si tratti di inclinazione naturale o di scelta deliberata, nelle persone in cui abbonda la furbizia scarseggia l'intelligenza, e viceversa. È quindi abbastanza comune che, nell'ansia dietrologica dei furbi, questi travisino totalmente la realtà.
Se è natura dell'intelligenza abbracciare e creare, la natura della furbizia è sbirciare e rubare. E dato che la furbizia non crea nulla, e si nutre solo del furto, questo diventa un'ossessione, fino al punto di sacrificare il proprio futuro per i vantaggi immediati, fino al punto di considerare qualsiasi cosa che il furbo non riesce ad acquisire come qualcosa che gli è stato sottratto deliberatamente.
Di conseguenza, alla furbizia si affianca sempre, presto o tardi, il livore. A volte sordo, a volte esplosivo, ma inesorabilmente continuo.
Il furbo addormenta la propria coscienza, e questa si vendica, portandolo a vivere in uno stato di terrore paranoico, il terrore di subire quello che il furbo fa agli altri.
Verrebbe da dire che il furbo si punisce da sé, che ha già la sua ricompensa, ed è vero. Ma la questione non può essere liquidata così facilmente, a causa dei danni che il furbo fa agli altri.
Non abbiamo il controllo delle nostre esistenze, apparentemente così lineari.
Chi crede il contrario si illude, e basta un nulla per riportarlo alla cruda realtà: una buca nel terreno, un semaforo rosso, la porta dell'autobus che ci si chiude in faccia, un po' di olio di girasole caduto per terra vicino alle rotaie del tram, una sciarpa che si impiglia, la serratura incastrata di una porta, un telefono cellulare dimenticato, qualcuno che non si presenta all'appuntamento, uno sgrullone di pioggia violento, un caldo inatteso, un'infestazione di metcalfa, un desiderio improvviso di succo di frutta. Basta un niente per ribaltare i nostri programmi.
Chi pretende che non sia così, è sulla strada della follia.
Ma il nocciolo della questione è un altro. I nostri cosiddetti "programmi", a loro volta contengono ampie sacche non programmate, non pianificate, perché non sono il nostro obiettivo principale, o non pianificabili, perché non dipendenti dalla nostra volontà, e che pure possono a loro volta influenzare drammaticamente i nostri progetti o addirittura le nostre esistenze.
Quindi, quando un nonnulla del genere descritto, un accidens qualsiasi, vanifica i miei programmi, il disappunto che provo può essere solo quello che nasce dalla frustrazione della volontà, e non dall'impossibilità di raggiungere l'obiettivo prefissatomi. Perché, non potendoli mettere in atto, non posso sapere se i miei piani avrebbero poi avuto successo. Men che meno se tale successo sarebbe stato davvero bene per me, oppure no.
Insomma, a causa dell'ingorgo, non arriverò dal ferramenta prima della chiusura, e quindi non potrò acquistare la mecchia che pensavo di acquistare oggi per finire un lavoro stasera. Inoppugnabile. Ma a rigori, non sono sicuro che stasera, stanco dopo la giornata faticosa, non mi sarei fatto male mentre facevo il lavoro. Né che la mecchia in questione, acquistata di corsa per finire il lavoro, si sarebbe rivelata della qualità necessaria. Né tantomeno sono sicuro che senza l'ingorgo sarei arrivato in tempo dal ferramenta, piuttosto che sotto le ruote dello scooterista che passava lì davanti, litigando al telefono.
Nulla che si possa provare senza ombra di dubbio, ovviamente, trattandosi di un futuro irrealizzato. Eppure, è ragionevole sospettare. È ragionevole vivere nel sospetto che il più fesso dei contrattempi o la più dolorosa delle contrarietà possano salvarci da qualcosa di molto peggio. Nel sospetto che tutti i mali vengono per giovare.
Quel che ci parla, mi pare, è sempre l'avvenimento, l'insolito, lo straordinario: articoli in prima pagina su cinque colonne, titoli a lettere cubitali. I treni cominciano a esistere solo quando deragliano, e più morti ci sono fra i viaggiatori, più i treni esistono; gli aerei hanno diritto di esistere solo quando sono dirottati; le macchine hanno come unico destino quello di schiantarsi conto i platani: cinquantadue week-end all'anno, cinquantadue bilanci: tanti sono i morti e tanto meglio per l'informazione se le cifre non fanno che aumentare! Dietro a un avvenimento ci deve essere uno scandalo, un'incrinatura, un pericolo, come se la vita dovesse rivelarsi soltanto attraverso lo spettacolare, come se l'esemplare, il significativo, fosse sempre anormale: cataclismi naturali o sconvolgimenti storici, conflitti sociali, scandali politici...
Nella precipitazione che abbiamo di misurare lo storico, il significativo, il rivelatore, non dimentichiamo però l'essenziale: ciò che è davvero intollerabile, veramente inammissibile: lo scandalo non è il grisou, è il lavoro nelle miniere. Il «malcontento sociale» non è «preoccupante» durante lo sciopero, è intollerabile ventiquattr'ore su ventiquattro, trecentosessantacinque giorni all'anno.
I maremoti, le eruzioni vulcaniche, i grattacieli che crollano, gli incendi boschivi, le gallerie che sprofondano, Publicis che brucia e Aranda che vuota il sacco! Orribile! Terribile! Mostruoso! Scandaloso! Ma dov'è lo scandalo? Il vero scandalo? Il giornale non ci ha detto altro che: state tranquilli, ecco la prova che la vita esiste, con i suoi alti e bassi, ecco la prova che qualcosa succede pur sempre.
I giornali parlano di tutto, tranne che del giornaliero. I giornali mi annoiano, non mi insegnano niente; quello che raccontano non mi riguarda, non mi interroga né tanto meno risponde alle domande che mi pongo o che vorrei porre.
Quello che succede veramente, quello che viviamo, il resto, tutto il resto, dov'è? Quello che succede ogni giorno e che si ripete ogni giorno, il banale, il quotidiano, l'evidente, il comune, l'ordinario, l'infra-ordinario, il rumore di fondo, l'abituale, in che modo renderne conto, in che modo interrogarlo, in che modo descriverlo?
Interrogare l'abituale. Ma per l' appunto ci siamo abituati. Non lo interroghiamo, non ci interroga, non ci sembra costituire un problema, lo viviamo senza pensarci, come se non contenesse né domande né risposte, come se non trasportasse nessuna informazione. Non è neanche più un condizionamento, è l'anestesia. Dormiamo la nostra vita di un sonno senza sogni. Ma dov'è la nostra vita? Dov'è il nostro corpo? Dov'è il nostro spazio?
Come parlare di queste "cose comuni", o meglio, come braccarle, come stanarle, come liberarle dalle scorie nelle quali restano invischiate; come dar loro un senso, una lingua: che possano finalmente parlare di quello che è, di quel che siamo.
Forse si tratta di fondare finalmente la nostra propria antropologia: quella che parlerà di noi, che andrà cercando dentro di noi quello che abbiamo rubato così a lungo agli altri. Non più l'esotico, ma l'endotico.
Interrogare quello che ci sembra talmente evidente da averne dimenticata l'origine. Ritrovare qualcosa dello stupore che potevano provare Jules Verne o i suoi lettori di fronte a un apparecchio capace di riprodurre e trasportare i suoni. Perché è esistito, questo stupore, e con esso, migliaia d'altri, che ci hanno plasmato.
Ciò che dobbiamo interrogare, sono i mattoni, il cemento, il vetro, le nostre maniere a tavola, i nostri utensili, i nostri strumenti, i nostri orari, i nostri ritmi. Interrogare ciò che sembra aver smesso per sempre di stupirci. Viviamo, certo, respiriamo, certo; camminiamo, apriamo porte, scendiamo scale, ci sediamo intorno a un tavolo per mangiare, ci corichiamo in un letto per dormire. Come? Dove? Quando? Perché?
Descrivete la vostra strada. Descrivetene un' altra. Fate il confronto.
Fate l'inventario delle vostre tasche, della vostra borsa. Interrogatevi sulla provenienza, l'uso e il divenire di ogni oggetto che ne estraete.
Esaminate i vostri cucchiaini.
Cosa c'è sotto la carta da parati?
Quanti gesti occorrono per comporre un numero telefonico? Perché?
Perché non si trovano le sigarette in drogheria? Perché no?
Poco m'importa che queste domande siano frammentarie, appena indicative di un metodo, al massimo di un progetto. Molto m'importa, invece, che sembrino triviali e futili: é precisamente questo che le rende altrettanto, se non addirittura più essenziali, di tante altre attraverso le quali abbiamo tentato invano di afferrare la nostra verità.
George Perec, 1973
Da Georges Perec, L’infra-ordinario, Bollati Boringhieri, 1994, pp. 11-14, traduzione di Roberta Delbono
Quando mi viene un'idea che penso meriti di essere trattata qui sul blog, la appunto in una lista sulla mia agenda. Piano piano, la lista si è svuotata completamente.
Non ho più nulla da dire.
Cosa peraltro non del tutto vera, perché ho da dire che non ho più niente da dire, e quindi qualcosa da dire in fondo ce l'ho.
Un paradosso, come la frase "questa frase non significa nulla". Una contraddizione in termini.
Per mancanza di tempo, non sono riuscito a scrivere quanto sopra al momento in cui la lista si era svuotata. Alla fine, ho appuntato l'idea nella lista stessa. Nella quale poi ho appuntato altri spunti, alcuni dei quali, per urgenza o per umore, sono già apparsi nei post precedenti.
Quindi le prime righe di questo post sono false.
Ricordo i temini alla scuola elementare, che incubo che erano. 'Racconta la gita di domenica scorsa': facile, ma se non ero andato in gita la domenica prima, ero completamente bloccato. "Inventa", mi diceva il maestro, ma io mi rifiutavo, mi impuntavo, mi sembrava di mentire. Col tempo ho capito che inventare significa creare. Il maestro sarebbe orgoglioso di me.
La lista intanto si allunga.
Ma sarà poi davvero invenzione? O si tratta solo di una traslazione temporale di qualcosa che in un altro momento era vero? O di ricombinazioni sintetiche o mimetiche di frammenti veri ma di provenienza separata? E se si trattasse di qualcosa che stava veramente per avvenire, ma che poi non è avvenuto? Oppure di un'anticipazione di qualcosa che potrebbe avvenire in futuro?
Le auto erano immobili, in colonna sulla tortuosa consolare. L'elenco di cose che avrebbe voluto sbrigare rientrando presto a casa evaporava lentamente nell'atmosfera satura di idrocarburi, meglio o peggio combusti, ma comunque tossici. E come sempre, il sapore di spreco totale che aveva per lui ogni minuto passato lontano da Cuzia.
Pensò al lavoro che lo attendeva l'indomani. Alla riunione col cliente, e con l'altro fornitore che gettava regolarmente fango sulla sua ditta. Al dirigente che alle sue spalle lo aveva calunniato pesantissimamente con l'amministratore della società. Ai colleghi depressi dalle voci sulla situazione economica dell'azienda, dalla svendita di alcune società controllate.
Pensò alla rata del mutuo ed alle tasse pagate racimolando i soldi all'ultimo, alle cure dentistiche postposte per rinviare la spesa, ma sempre più necessarie. Pensò agli altri debiti, pagamenti arretrati che era finora riuscito a rinviare in un modo o nell'altro.
Cercò di cambiare per quanto possibile posizione, per alleviare il dolore alla caviglia. Guardò il campo di granturco, rigoglioso sotto l'afa plumbea. Aveva un aspetto disordinato, sembrava incolto, di un turgore repellente. Guardò le erbacce polverose al bordo della striscia d'asfalto.
Filemone ripensò ai suoi sogni grandiosi di bambino e di ragazzo, di imprese difficili e gloriose, di ricchezze ed agi, di amori appassionati e travolgenti. A come la realtà aveva superato i sogni, al di là di ogni possibile aspettativa. A come anche una sola briciola di realtà fosse meravigliosamente di più di qualsiasi sogno. Filemone era grato e felice di tutto.
Il disegno del tessuto era di colori pastello, un quadrettato di linee blu, violacee ed ocra su uno sfondo a metà tra il grigio e il castagno. Ma esaminato da molto vicino, rivelava una struttura del tutto diversa: i fili che componevano il tessuto erano azzurri, rossi, terra di Siena bruciata, oro vivo e beige. Ed era il mescolarsi di tutti questi fili dai colori vividi, nel loro apparire e scomparire ordinato sulla superficie del tessuto, a produrre i colori caldi e morbidi della sua giacca estiva preferita, legata a tanti momenti cari.
Che dispiacere quando, al cambio di stagione, scoprì il danno sulla spalla: una zona irregolare, grande come una moneta da 100 Lire, nella quale il tessuto era abraso, smangiato, consunto, assottigliato in varia misura. Come corroso da un acido, o più probabilmente brucato da qualche insetto vorace. La chiazza era evidentissima e rendeva la giacca inutilizzabile.
Una parente lo consigliò di andare da una rammendatrice professionista di sua conoscenza. Nell'anticamera del laboratorio stazionavano lavori da fare e lavori da consegnare. C'era di tutto: abiti dozzinali, di buona fattura, di gran sartoria, tessuti antichi, paramenti sacri. Il prezzo richiesto per la riparazione della giacca, dopo l'esame del danno, era alto. Si chiese se ne valesse la pena, ma rifletté che si trattava comunque di meno della metà del prezzo pagato per la giacca, e di ben meno del valore, ignoto ma alto, che la giacca aveva per lui. Accettò il preventivo e lasciò l'acconto. Non andò di persona a ritirarla, un po' per gli impegni di lavoro, un po' per il timore della delusione nel vedere il rammendo.
Non riusciva a credere ai suoi occhi. Pensò di ricordare male la posizione del danno, e ripassò centimetro per centimetro ambedue le maniche. Niente, non c'era alcuna traccia del danno né della riparazione. Il tessuto era perfettamente integro, come se non fosse accaduto nulla. Come se la giacca non fosse stata mai usata, come se non avesse gli anni che aveva. Come se fosse nuova.
«Che cosa troverà mai la mia amica, così intelligente, in un uomo così ottuso?» «Ma cosa può dare una donna arida e gretta come quella là al più gentile e sensibile dei miei colleghi?» «Non posso credere che la compagna di università più bella del nostro anno abbia sposato un uomo tanto brutto!» «Guarda quei due, stravedono per il figlio come se fosse chissà chi, e invece è il più schiappa di tutta la classe e di tutti i suoi fratelli.» «Ha trent'anni, laureato brillantemente, professionista affermato: e ancora perde tempo per tornare dai genitori al paese, ci sono stato una volta con lui, sapranno a malapena leggere e scrivere.»
Quante volte capita di ascoltare o pronunciare frasi del genere, di discutere poi il problema invocando ogni possibile spiegazione: interessi economici, insicurezze, desideri di autopunizione o viceversa di superiorità, perversioni, biologismi, complessi di colpa, sensi di debito. E quando tutto fallisce, l'extrema ratio: ma già, si sa da sempre, l'amore è cieco.
Troppo facile.
Quasi mai viene il sospetto che la spiegazione sia molto, ma molto più semplice: che l'amore vede benissimo, che vede ciò che nessun altro vede. Che vede i pregi che gli altri non notano, la bellezza che lampeggia anche da una persona brutta e sgraziata, le doti di cui nessuno si cura, la saggezza dietro l'ignoranza, la bontà dietro la paura, l'intelligenza che trapela senza abbagliare. Che vede non solo i difetti che tutti notano ma anche quelli che nessuno conosce, e che li vede così bene da capire che anch'essi possono essere amati.
Il motivo per cui questa spiegazione così ovvia viene così di rado alla mente è altrettanto, dolorosamente, ovvio: non si può riconoscere ciò che non si conosce.
Un po' di turbolenza frastorna i passeggeri. Il prosciutto cotto, nei panini distribuiti dall'equipaggio con garbo meccanico e insolente, non sarebbe troppo male, ma la foglia di insalata è insapore e inodore, il burro mal distribuito, e il pane è freddo come solo sugli aerei può esserlo.
Eppure, anche tutto ciò ha il suo posto nella contentezza di Filemone.